Share |

Teatro Amilcare Ponchielli

l Teatro Amilcare Ponchielli

La storia architettonica del Teatro di Cremona si inserisce nella più generale storia dell’architettura teatrale italiana, e in due momenti cruciali: il passaggio dalle forme tardobarocche del teatro pubblico, così come si era insediato in capitali quali Venezia, Roma, Torino e Milano, a strutture più moderne, diffuse anche nei centri minori e identificabili nel lavoro degli architetti Galli da Bibiena, attivi tra gli anni Trenta e Settanta del Settecento. Il primo teatro di Cremona, edificato nel 1747, quando il modello bibienesco era già apprezzato dagli addetti ai lavori ma non ancora molto diffuso, presenta i tratti tipici di quella che sarebbe poi divenuta una vera e propria “maniera”.

E quando nel 1806 andò a fuoco, il teatro evidenziava ormai una struttura obsoleta sul piano formale ed estetico; per la sua completa ricostruzione fu chiamato Luigi Canonica, assistente di quel Piermarini che con l’edificazione della Scala, nel 1778, aveva suggerito un modello del tutto innovativo.

* * *

Era dal 1717 che Cremona non disponeva più di un luogo di ritrovo spettacolare, da quando cioè l’”Ariberti”, la sala eretta nel 1670 sul luogo dell’attuale Filodrammatici, era stata convertita ad uso sacro. L’unica alternativa alle riunioni nelle dimore private era costituita dal Casino di conversazione, aperto nel 1738 come luogo di ritrovo per i nobili. L’ideatore di questa sorta di esclusivo circolo era stato il marchese Giuseppe Lodi Mora, capitano della milizia urbana. Proprio il Lodi Mora fu tra i promotori dell’edificazione del nuovo Teatro di Cremona, per l’erezione del quale mise a disposizione un’area di sua proprietà situata in contrada San Bartolomeo, la strada che univa porta Po al centro monumentale della città. L’altro protagonista della coraggiosa iniziativa fu Giovan Battista Nazari; l’unità di intenti tra coloro che volevano dotare Cremona di un nuovo edificio teatrale fu favorita dall’appoggio che poteva garantire presso il governo centrale austriaco di Milano il conte Pallavicino, rappresentantea Cremona di quel governo.

L’incarico di progettare l’edificio fu affidato all’architetto Giovanni Battista Zaist, già attivo a Cremona, come documenta il suo biografo Antonio Maria Panni: “Era già da qualche tempo, che da alcuni particolari Signori della nostra città andavasi meditando di ergere da fondamenti e costruire un maestoso Teatro, mentre senza aver luogo fisso, a lor desiato divertimento, era d’uopo, che or in una, ed or in altra Casa, si prevalessero di Sale assai grandi, e siti spaziosi, e capaci, per tal sollazzevol faccenda. […] Quindi dai prefati uniti Signori, per dar tostamente mano all’opra, fu conchiuso di far formare del nuovo Teatro da alzarsi un appropriato modello, del cui disegno ne fu indossata al Zaist la piena commessione, la quale, sendo stata da lui eseguita colla maggiore puntualità, a riuscir ebbe lo stesso di sommo piacere, e perciò l’intera approvazion comune ad incontrare, dal che venne in seguito l’essere stato egli eletto ad assistere, perché appuntamente formato fosse il modello a giusta norma del piaciuto disegno”.

Le pratiche necessarie alla realizzazione del Teatro erano state concretamente avviate nel 1745; tutto era pronto quando, la sera del 26 dicembre 1747, la nuova struttura venne inaugurata.

Essendo andata perduta la documentazione relativa alla progettazione e alla costruzione, l’identificazione delle caratteristiche che presentava l’edificio teatrale realizzato dallo Zaist resta affidata alla testimonianza di un disegno manoscritto conservato all’Archivio di Stato di Cremona, dal quale si può dedurre la pianta della platea e dei palchi: una pianta ad “U” un poco svasata all’altezza del proscenio; quattro erano gli ordini dei palchi, disposti, con ogni probabilità, leggermente rientranti e progressivamente digradanti lungo le pareti laterali della sala a formare la svasatura verso il proscenio.

Pur non essendovene traccia nel disegno dell’Archivio di Stato, è certo che la realizzazione del Teatro comportò anche l’allestimento di retropalchi o camerini. Ne dà testimonianza un documento conservato nell’Archivio del Teatro, nel quale si fa il punto della proprietà dei palchi alla data del 15 aprile 1751; sotto il titolo “Teatro in Cremona costruito a spese d’un Nob. Cremonese anche innominato” si legge: “Contiene lo stesso quattro ordini de palchi, parte de quali e come abbasso sono stati applicati a varie Case. […] Sonvi anche vari camerini di cotto comodi a molti de detti palchi”.

La struttura teatrale realizzata dallo Zaist svolse il suo onorato servizio per oltre mezzo secolo, fino ai primi anni dell’Ottocento, anche se in più occasioni palesò la propria inadeguatezza rispetto alle mutate esigenze sceniche; anche dal punto di vista estetico il Nazari non poteva più identificare i gusti di un’epoca ormai conquistata dagli ideali neoclassici. Nel 1805, dunque, l’autorità prefettizia s’era fatta interprete delle esigenze di rinnovamento, suggerendo l’opportunità di intervenire per “formare qualche progetto […] per la ricostruzione dello stesso Teatro in una forma più solida e più sicura”.

Quel che sembrava dovesse rimanere soltanto un auspicio, s’impose come inderogabile necessità soltanto un anno dopo, quando il teatro dello Zaist venne totalmente distrutto da un incendio. Così ne riferisce Luigi Clementi: “11 settembre in giovedì verso la mezzanotte finito il melodramma intitolato ‘Il fanatico in berlina’, incominciò a scoppiare l’incendio del Teatro Nazari, che in poche ore fu ridotto in cenere”.

Per la ricostruzione del Teatro fu chiamato un assistente del Piermarini, Luigi Canonica, con una scelta che già indicava un preciso indirizzo di gusto: Piermarini, infatti, nel 1778 aveva realizzato il Teatro alla Scala di Milano, che ora a Canonica si proponeva come modello ineludibile. Il suo progetto cremonese si rifaceva in buona parte alla Scala, di cui confermava il valore esemplare, e del quale riprendeva tutte le caratteristiche formali e funzionali, adattandole alle dimensioni e ai limiti della committenza locale.

Rispetto alla vecchia costruzione, il nuovo Teatro progettato dal Canonica adeguava gli spazi scenici alle mutate esigenze, dilatando sensibilmente le dimensioni del palcoscenico, che veniva dotato di innovative soluzioni tecnologiche. Ma i cambiamenti più evidenti riguardavano gli spazi riservati al pubblico e la facciata. La pianta della sala era ora a ferro di cavallo, con quattro ordini di palchi e il loggione. E all’esterno la facciata evidenziava l’importanza del ruolo che il teatro andava assumendo nel contesto sociale della città. L’elemento architettonico più vistoso era costituito dal pronao, sorretto da quattro grandi colonne, con la corsia per il passaggio delle carrozze che portavano in Teatro gli spettatori di rango più elevato. Il nuovo Teatro venne denominato “della Concordia” e inaugurato nel 1808, ancora il 26 dicembre com’era avvenuto per il primo edificio.

L’opera creata dal Canonica ebbe vita breve: passarono soltanto sedici anni, e il 6 gennaio 1824 un nuovo incendio distrusse il Teatro, salvandone soltanto lo scheletro murario. La ricostruzione, subito programmata, non abbisognava, questa volta, di radicali trasformazioni: il progetto del Canonica era recente, fortemente innovativo, talché la sua validità non era messa in discussione. Luigi Voghera e Faustino Rodi, i due architetti cremonesi cui venne affidato il compito del ripristino, dovevano dunque impostare il loro lavoro sulla scorta del progetto originario. La riapertura avvenne l’8 settembre dello stesso 1824 con la rappresentazione della “Donna del lago” di Rossini: sull’impostazione strutturale già nota, si presentò al pubblico una sala rivestita a nuovo grazie alle decorazioni realizzate da Alessandro Sanquirico, scenografo della Scala.

La rinnovata struttura conservò piena efficienza per un trentennio, ma subì poi nel tempo il degrado dell’uso, oltre al fisiologico invecchiamento dovuto al mutato orientamento dei gusti. Assertore di un radicale intervento di restauro fu il foglio locale “La Gazzetta”, che diede voce ad una vera e propria campagna di stampa. Così, nel 1858 si pose mano ad un rinnovo delle decorazioni su progetto dell’artista cremonese Vincenzo Marchetti, che nell’esecuzione venne coadiuvato da Omobono Longhi; la volta venne invece dipinta da Giovanni Bergamaschi.

Il Teatro della Concordia cambiò nome ufficialmente nel 1907 (anche se il mutamento era auspicato da tempo): in quell’anno, infatti, venne intitolato ad Amilcare Ponchielli, l’autore della “Gioconda” e il più insigne compositore d’opera della città.

La gestione condominiale continuò fino alla metà degli anni Ottanta, quando l’inderogabile necessità di intervenire sulla struttura per garantirne l’efficienza, l’opportunità di ripristinare i decori ormai logori e l’imposizione dell’autorità di vigilanza di rifare gli impianti e di dotare il Teatro dei necessari strumenti atti a garantire la sicurezza delle persone e delle cose costrinsero il condominio a cedere proprietà e gestione al Comune di Cremona. Quest’ultimo, acquisita la struttura nel 1986, avviò subito una vasta campagna di restauro, ripristino e adeguamento tecnologico suddividendo i lavori in più lotti, così da non intralciare il normale funzionamento del Teatro. La complessità degli interventi, affidati alla responsabilità progettuale dell’architetto Sergio Carboni, è stata condotta con l’intento di consegnare alle generazioni future un bene che appartiene alla civiltà e alla città, per consentirne la più ampia fruizione pubblica.

Dal 2003 la gestione del Teatro A. Ponchielli è stata affidata dal Comune di Cremona ad una Fondazione appositamente costituita, cui aderiscono gli enti pubblici locali, fondazioni, associazioni e le maggiori aziende cremonesi.

Musica, danza e spettacolo

opera

musica sinfonica e da camera

musica barocca

musica jazz e etnica

la danza

L’attività del Teatro A. Ponchielli prende avvio ogni anno a settembre, per concludersi a fine giugno. L’apertura dell’annata artistica è dedicata ai concerti programmati in occasione delle manifestazioni liutarie cittadine promosse dalla Fondazione Antonio Stradivari. Subito dopo (ottobre-dicembre) prende avvio la tradizionale stagione lirica. A dicembre vengono inaugurate le stagioni concertistiche (musica sinfonica e da camera) e quella di prosa, mentre a gennaio ha inizio il ricco cartellone dedicato al pubblico scolastico (Oltreibanchi). Nel corso della primavera il Ponchielli presenta una rassegna dedicata alla danza contemporanea (“La Danza”), e progetti di world music e musica jazz; uno spazio è riservato anche ai cantautori e ai grandi interpreti della musica pop. Nel corso dei primi mesi dell’anno è prevista anche l’offerta di spettacoli che, per contenuto e orario di programmazione (il primo pomeriggio) sono rivolti particolarmente al pubblico della “Grande Età”. Tra maggio e giugno il Teatro promuove il Festival di Cremona Claudio Monteverdi, dedicato al grande compositore e, più in generale, alla musica barocca. Ai primi di giugno i concerti di “Omaggio a Cremona” vedono protagonisti gli allievi e i docenti dell’Accademia W. Stauffer. Ancora a giugno, infine, il Ponchielli ospita le scuole di danza cittadine, ognuna delle quali presenta il suo spettacolo.

Cremona

Ristoranti